Quando il carcere irrompe nella vita: lo stress della prima detenzione e la lotta per conservare se stessi

Tra le esperienze che possono segnare profondamente l'esistenza di un individuo la prima detenzione occupa un posto particolare, poiché investe simultaneamente alcune delle dimensioni più importanti della vita umana e modifica improvvisamente quell'insieme di abitudini, relazioni, progetti e aspettative attraverso cui ciascuno costruisce la propria identità e attribuisce significato alla propria storia; ciò che fino al giorno precedente appariva stabile e familiare viene infatti sottoposto a una trasformazione tanto rapida quanto radicale e la persona si trova costretta a confrontarsi con una realtà nuova che ridefinisce il rapporto con il tempo, con lo spazio, con gli altri e con se stessa.

Per un giovane che giunge in carcere senza provenire da ambienti criminali e senza possedere alcuna familiarità con la cultura penitenziaria l'ingresso nell'istituzione detentiva assume spesso il significato di una brusca frattura biografica capace di interrompere la continuità della propria storia e di imporre una profonda riorganizzazione del modo in cui egli percepisce il presente e immagina il futuro; nel giro di poche ore vengono meno molte delle coordinate che avevano orientato la sua esistenza fino a quel momento e la quotidianità che egli conosceva lascia il posto a un sistema di regole, di ritmi e di limitazioni che richiede uno sforzo di adattamento particolarmente intenso.

La psicologia dello stress insegna che la sofferenza non dipende esclusivamente dagli eventi che accadono ma dal significato che tali eventi assumono nella coscienza dell'individuo, dal modo in cui vengono interpretati e dalle risorse che la persona ritiene di possedere per affrontarli; proprio per questa ragione la detenzione costituisce una delle condizioni psicologicamente più impegnative che possano essere sperimentate, poiché coinvolge simultaneamente la sfera delle relazioni affettive, quella dell'identità personale, quella della progettualità futura e quella che potremmo definire la continuità narrativa dell'esistenza, vale a dire la capacità di riconoscere un filo che unisce il passato al presente e il presente al futuro.

Molti detenuti alla prima esperienza raccontano una sensazione difficile da descrivere con precisione ma facilmente comprensibile sul piano umano: la percezione che la propria vita sia stata improvvisamente sospesa e collocata in una sorta di parentesi estranea alla normale successione degli eventi. Il lavoro, lo studio, le amicizie, i rapporti familiari, le attività quotidiane e i progetti costruiti nel corso degli anni continuano a esistere nella memoria e nei desideri della persona ma cessano di appartenere alla dimensione dell'immediata disponibilità; ciò che prima poteva essere raggiunto attraverso una decisione o un gesto diventa improvvisamente distante, mediato da procedure, autorizzazioni e limiti che trasformano anche le azioni più semplici in obiettivi complessi.

L'intensità dello stress associato alla prima detenzione trova spiegazione in alcuni fattori che la ricerca considera particolarmente rilevanti. La percezione di controllo sugli eventi si riduce drasticamente; l'incertezza riguardo alla durata della condizione detentiva occupa una parte significativa dell'attività mentale; le conseguenze familiari, sociali ed economiche della condanna assumono un peso crescente e la possibilità di modificare concretamente la situazione appare estremamente limitata. Dall'incontro di questi elementi nasce una configurazione psicologica che tende a mantenere elevata l'attivazione emotiva per periodi molto lunghi e che può favorire l'insorgenza di forme significative di sofferenza psichica.

Una differenza importante riguarda il confronto tra chi proviene da contesti nei quali il carcere rappresenta una realtà conosciuta e chi invece vi entra da completo estraneo. Nel primo caso esistono racconti, immagini, riferimenti culturali e modelli interpretativi che contribuiscono a rendere l'esperienza almeno parzialmente comprensibile; nel secondo prevale una sensazione di spaesamento profondo, poiché l'individuo si trova immerso in un ambiente dotato di regole implicite, linguaggi specifici e rapporti sociali che gli appaiono improvvisamente incomprensibili. La detenzione assume allora i tratti di una vera esperienza di estraneità e il soggetto può avvertire la dolorosa sensazione di trovarsi fuori dal proprio mondo e fuori dalla propria storia.

In questo contesto emerge una domanda che possiede un notevole interesse psicologico e che molti detenuti formulano in modi diversi pur mantenendo invariato il proprio nucleo essenziale: quanta parte della vita precedente può essere conservata all'interno del carcere? Dietro questo interrogativo si nasconde infatti una questione molto più ampia che riguarda la conservazione dell'identità personale, la continuità della memoria autobiografica e la possibilità di continuare a riconoscersi come la stessa persona nonostante il radicale cambiamento delle condizioni di vita.

Ogni colloquio con i familiari, ogni telefonata, ogni lettera ricevuta, ogni libro letto, ogni esame sostenuto, ogni progetto coltivato per il futuro contribuisce a mantenere aperto un ponte tra il mondo esterno e la realtà detentiva; attraverso questi legami il passato conserva la propria presenza e il futuro continua a esercitare la propria attrazione, impedendo che l'esperienza carceraria esaurisca completamente il significato della vita. La persona continua così a percepirsi come figlio, come padre, come madre, come studente, come lavoratore, come amico, vale a dire come essere umano portatore di una storia che precede la detenzione e che continuerà a svilupparsi oltre di essa.

Quando questa continuità si indebolisce aumenta il rischio di sofferenza psicologica. Possono comparire stati depressivi caratterizzati da perdita della speranza e riduzione dell'iniziativa personale; possono manifestarsi condizioni ansiose persistenti accompagnate da insonnia, irritabilità e ipervigilanza; possono emergere fenomeni di depersonalizzazione attraverso i quali il soggetto sperimenta una crescente distanza dalla propria identità e dalla propria biografia. Nei casi più gravi la detenzione può contribuire allo sviluppo di disturbi dell'adattamento o di quadri clinici riconducibili allo stress traumatico, soprattutto quando si associa a esperienze vissute come particolarmente minacciose, umilianti o destabilizzanti.

La prospettiva della psiconeuroendocrinoimmunologia permette di comprendere ulteriormente la profondità di questi processi, mostrando come una condizione di tensione protratta possa mantenere attivi per lunghi periodi i sistemi biologici della risposta allo stress; l'asse ipotalamo-ipofisi-surrene continua a essere sollecitato e l'organismo permane in uno stato di allerta che coinvolge la regolazione emotiva, il sonno, le funzioni immunitarie e numerosi altri aspetti della salute. Il corpo e la psiche partecipano insieme a questo processo adattativo e finiscono per condividere il peso di una condizione che si prolunga nel tempo e che richiede un continuo impiego di energie.

Lo stress della prima detenzione coinvolge dunque l'intera esperienza umana, poiché interessa contemporaneamente la dimensione biologica, quella psicologica, quella relazionale e quella esistenziale; la questione centrale diventa allora comprendere quale forma possa assumere la vita all'interno di una condizione di privazione della libertà e quali risorse consentano all'individuo di conservare la propria identità senza smarrire il senso della propria storia.

La risposta sembra risiedere nella capacità di mantenere vivo il legame con ciò che si è stati e con ciò che si desidera ancora diventare, poiché è all'interno di questa continuità che l'essere umano trova la forza necessaria per attraversare le prove più difficili; la vera sfida psicologica della prima detenzione consiste pertanto nella conservazione di sé, vale a dire nella possibilità di custodire la memoria del proprio passato, la consapevolezza del proprio presente e la speranza del proprio futuro anche quando le circostanze sembrano ostacolare ciascuna di queste dimensioni.

Indietro
Indietro

Lo stress negli artisti: vivere tra il presente e il futuro

Avanti
Avanti

Dall’alienazione allo stress: una lettura integrata tra filosofia critica e medicina del lavoro